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Dalla supremazia nel campionato italiano all’eliminazione a sorpresa in Champions League dell’Inter per mano del Bodø/Glimt: un bilancio lucido di una squadra che ha tutto per vincere, ma che ancora si scontra con i propri limiti strutturali

Un percorso che divide: grande in Italia, fragile in Europa

Guardare la stagione dell’Inter 2025-2026 soltanto attraverso la lente della classifica di Serie A restituisce un’immagine quasi perfetta: 72 punti al 5 aprile, +9 sul Milan e +10 sul Napoli, con il titolo di capocannoniere provvisorio in mano a Lautaro Martínez e il miglior attacco del campionato con 71 gol segnati. La vittoria per 5-2 contro la Roma nel giorno di Pasqua ha consolidato il primato e avvicinato concretamente il traguardo dello scudetto, lanciando un segnale chiarissimo alle inseguitrici. Eppure, per capire davvero cosa è stata questa Inter, bisogna allargare lo sguardo ben oltre i confini nazionali.

La stagione nerazzurra porta i segni profondi di una doppia identità: una squadra solida, prolifica e difficile da battere in campionato, che tuttavia in Europa ha trovato un muro insormontabile in Norvegia. L’Inter ha perso 2-1 nel ritorno dei playoff di Champions League contro il Bodø/Glimt ed è stata eliminata dalla competizione, dopo aver già ceduto 3-1 all’andata in terra scandinava.

Il cambio in panchina e l’identità ritrovata

Per comprendere appieno questa stagione, è necessario partire da dove tutto è ricominciato: l’estate 2025. Cristian Chivu ha raccolto i cocci di un’Inter lasciata da Simone Inzaghi, attirato dai petroldollari dell’Arabia Saudita dopo una finale di Champions persa 5-0 contro il PSG, e ha rimesso l’elmetto che indossava da calciatore, serrando i ranghi e coccollando gli intoccabili. Due innesti mirati hanno completato il quadro: Bonny, conosciuto a Parma, e Pio Esposito, cresciuto con lui nelle giovanili nerazzurre, due piccoli mattoncini per consolidare l’attacco dei titolarissimi Lautaro e Thuram.

Il cambio tecnico ha generato inevitabilmente una fase di assestamento. I nerazzurri hanno iniziato la stagione con appena tre punti nelle prime tre giornate, subendo sconfitte contro l’Udinese e nel derby d’Italia contro la Juventus, prima di raccogliere tre vittorie consecutive che li hanno fatti risalire in classifica. Da quel momento in poi, la progressione è stata costante. Chivu ha costruito attorno ai senatori della rosa — giocatori che in questi anni hanno visto da vicino scudetti e notti europee — un sistema di gioco riconoscibile, fondato su compattezza difensiva e capacità di ribaltare il gioco con velocità.

La solidità difensiva come fondamenta del progetto

Uno degli aspetti più evidenti del lavoro di Chivu riguarda la fase di non possesso. Il 3-5-2 nerazzurro è rimasto il marchio di fabbrica, con una linea difensiva che ha saputo gestire situazioni di pressione con maturità e ordine tattico. Con 26 gol subiti in campionato al 5 aprile, l’Inter vanta una delle difese più solide della Serie A, dato che contrasta nettamente con le 30 reti incassate dal Napoli e le cifre ancora peggiori delle altre inseguitrici.

Alessandro Bastoni, nonostante le polemiche extra-calcistiche legate alla vicenda Nazionale — il difensore è stato bersaglio di tantissimi insulti dopo l’espulsione contro la Bosnia nella qualificazione mondiale — ha mantenuto un rendimento difensivo di altissimo livello. La retroguardia nerazzurra resta uno degli assi portanti del progetto, capace di non disunirsi nemmeno nelle notti più difficili.

Lautaro e l’equazione che non mente

Se la difesa rappresenta la certezza, Lautaro Martínez è il cuore pulsante dell’attacco e, spesso, l’ago della bilancia dei risultati. I numeri parlano una lingua inequivocabile: nel 2026, quando Lautaro ha giocato nell’undici titolare, l’Inter ha vinto il 77% delle partite disputate in tutte le competizioni, mantenendo una media realizzativa di 2,4 gol a incontro. L’argentino è già a 16 reti in campionato e la sua doppietta contro la Roma a Pasqua ne ha confermato il peso specifico.

Ma è proprio la dipendenza dal suo capitano che rivela uno dei limiti strutturali più evidenti di questa Inter. In serie A esiste un’Inter con e un’Inter senza il suo capitano: senza Lautaro la squadra ha collezionato due pareggi e una sconfitta nelle ultime cinque gare disputate in sua assenza, segnando appena 7 gol in 7 partite. Una squadra che in Serie A vanta 71 reti complessive e punte di riserva come Bonny e Pio Esposito già a quota 5 e 6 gol a testa non dovrebbe accusare simili cali, eppure la dipendenza dal Toro rimane un dato strutturale che ogni analisi seria non può ignorare.

Il rebus europeo: quando i limiti diventano sentenza

È in Champions League che la stagione dell’Inter trova il suo capitolo più doloroso e, al tempo stesso, più istruttivo. La fase a gironi — ribattezzata “fase campionato” nel nuovo formato — era sembrata procedere correttamente: vittorie contro Ajax, Slavia Praga, Union Saint-Gilloise e Borussia Dortmund avevano permesso ai nerazzurri di qualificarsi ai playoff. La sconfitta per 0-1 contro il Liverpool nel girone e quella per 1-3 contro l’Arsenal avevano però lasciato l’Inter fuori dalle prime otto e costretta agli spareggi.

L’avversaria pescata dal sorteggio era il Bodø/Glimt, squadra norvegese che molti avevano sottovalutato. Un errore di valutazione pagato carissimo. L’Inter, che cercava la settima vittoria consecutiva in tutte le competizioni, è finita sotto dopo appena 20 minuti, quando il centrocampista Sondre Brunstad Fet ha segnato con una conclusione precisa. Pio Esposito aveva pareggiato dopo dieci minuti, ma i norvegesi hanno punito i nerazzurri con due gol in rapida successione nella ripresa, entrambi costruiti con passaggi veloci e assist disinteressati. Risultato finale dell’andata: 3-1 in Norvegia.

Al ritorno, a San Siro, la rimonta necessaria non è arrivata. A sbloccare le marcature è stato ancora Hauge, che ha firmato il tap-in vincente dopo un clamoroso errore di Akanji, che ha regalato palla all’attacco norvegese. Nel secondo tempo il Bodø/Glimt ha segnato con Jens Petter Hauge e Håkon Evjen; il successivo gol di Alessandro Bastoni non è servito all’Inter per rientrare in partita. Cinque a due il computo aggregato: eliminazione bruciante.

Le dichiarazioni che fotografano la delusione

Le parole dei protagonisti, nel post-gara, hanno detto tutto senza filtri. Barella ha dichiarato a Sky: «Non ci hanno messo in grande difficoltà oggi. Abbiamo preso gol su un errore individuale che fa parte del calcio. Non ci siamo riusciti a sbloccarla. Complimenti al Bodo che ha vinto all’andata e al ritorno. La delusione c’è, ma la nostra voglia è di lottare su tutti i fronti».

Chivu, in conferenza stampa, ha analizzato con lucidità: «Le energie sono difficili da trovare quando giochi ogni tre giorni. Potevamo sviluppare meglio, attaccare diversamente l’area di rigore loro. Non ho nulla da rimproverare ai ragazzi, hanno cercato in tutti i modi. Con il Bodo tutto a difendere era difficile. Ci tenevamo a passare il turno».

La gestione del calendario e il problema della continuità

Uno dei nodi irrisolti della stagione è stato proprio il rendimento discontinuo in concomitanza con il calendario più fitto. La Serie A, nella seconda parte del campionato, ha restituito un’Inter capace di pareggiare in casa contro l’Atalanta e in trasferta contro la Fiorentina, perdere il derby contro il Milan per 1-0, raccogliendo appena due punti nelle tre giornate precedenti alla sosta di aprile. Tre punti in tre gare, in una fase della stagione in cui il margine sulle inseguitrici avrebbe potuto essere già definitivo.

Alla 28ª giornata il Milan si è imposto di misura nel derby riducendo il distacco a sette punti, e nei due turni successivi i nerazzurri hanno raccolto solo due punti pareggiando in casa contro l’Atalanta e in trasferta contro la Fiorentina. Una serie che ha riaperto la corsa scudetto e che dimostra come la gestione delle energie e della tenuta mentale sia ancora un cantiere aperto. La risposta è arrivata con la goleada alla Roma, ma il tema non si esaurisce in una sola prestazione.

La profondità della rosa: più ampia, non ancora omogenea

Un progresso evidente rispetto al passato riguarda la profondità della rosa. Bonny e Pio Esposito sono già a 5 e 6 reti a testa, dimostrando che possono sostituire i titolari senza farli rimpiangere più di tanto. Hakan Çalhanoğlu è a quota 9 gol, Thuram a 8, Dimarco a 6: un reparto offensivo con alternative reali che nelle stagioni precedenti avrebbero garantito un rendimento più stabile anche nei periodi di assenza del bomber argentino.

Eppure, in certi ruoli specifici, le rotazioni rimangono insufficienti. Il centrocampo, in particolare, ha risentito dell’usura nel corso dei mesi. Il tema del trequartista — un profilo in grado di dare verticalità tra le linee — è riemerso con prepotenza proprio nelle partite europee. L’Inter ha pagato l’assenza di Lautaro, la serata-no di Thuram, l’assenza di un trequartista per dare verticalità al gioco e i limiti del centrocampo: l’uomo dell’ultimo passaggio e ispiratore dei momenti di maggior pericolosità è stato Dimarco, un esterno. In Italia può bastare, ma in Europa i margini si restringono.

Cosa insegna questa stagione: il passo mancante

L’analisi della stagione 2025-2026 dell’Inter porta a una conclusione netta: il salto definitivo non è ancora compiuto. La squadra di Chivu ha costruito una superiorità evidente in Serie A, ha sviluppato un meccanismo tattico rodato e può vantare uno degli attacchi più produttivi d’Europa a livello numerico. Ma il confronto con le squadre di élite continentale ha rivelato fragilità che la sola crescita interna non può colmare.

La dipendenza da Lautaro, la prevedibilità di alcune soluzioni offensive contro le difese più organizzate, la gestione dell’intensità su più fronti nelle fasi cruciali del calendario: sono tutte aree di miglioramento che il club nerazzurro dovrà affrontare nella prossima finestra di mercato e nella preparazione estiva. Chivu ha dimostrato di saper compattare il gruppo e di avere la fiducia dello spogliatoio, ma la prossima stagione richiederà qualcosa di più: varianti tattiche, nuovi profili funzionali e, soprattutto, la capacità di portare in Europa la stessa dominanza espressa nel campionato italiano.

Lo scudetto, se arriverà, sarà la conferma di un progetto che funziona. Ma sarà anche il punto di partenza di un’Inter che vuole tornare a essere protagonista in Champions League, non soltanto ai nastri di partenza.