Campione del mondo, dominatore dei grandi Giri, ma ancora senza la Classicissima: Tadej Pogacar prepara l’assalto alla corsa più enigmatica che parte da Milano.
C’è una corsa che, più di tutte, resiste al dominio di Tadej Pogacar. Non è il Tour de France, non sono le Classiche del Nord più dure, ma quella che nasce a Milano e si snoda verso il mare con una logica tutta sua: la Milano-Sanremo. La Classicissima resta l’unica grande crepa in un palmarès già strabordante, e proprio per questo è diventata un’ossessione tecnica e mentale per il fuoriclasse sloveno.
A 27 anni, Tadej Pogacar ha già vinto quasi tutto. Eppure Sanremo continua a sfuggirgli, come se il suo tracciato fosse disegnato apposta per negargli ciò che altrove conquista con apparente facilità.
Perché Sanremo è diversa da tutte le altre
La Milano–Sanremo non si vince solo con la forza. È una corsa che nasce a Milano ma si decide sull’attesa, sulla gestione, sulla lettura dei momenti chiave. Salite iconiche come Cipressa e Poggio non sono mai state abbastanza selettive per isolare Pogacar come accade sulle grandi montagne.
Il paradosso è tutto qui: un campione totale intrappolato in una corsa che premia l’imprevedibilità. Negli ultimi quattro anni Pogacar è sempre finito nella top five, con due terzi posti che raccontano continuità ma anche frustrazione. Arrivare davanti non basta, quando davanti ci sono anche corridori capaci di batterti allo sprint dopo 300 chilometri.
Nibali e la chiave tattica
A leggere Sanremo come un rebus è stato anche chi l’ha vinta. Vincenzo Nibali, ultimo italiano a trionfare nella Classicissima, è stato chiaro: per Pogacar non serve solo attaccare più forte degli altri, ma correre con più malizia tattica.
Nel 2025 lo sloveno ha provato a forzare la corsa prima sul Poggio e poi addirittura sulla Cipressa, con un’azione violenta dopo il lavoro della squadra. Ma il risultato è stato emblematico: Mathieu van der Poel e Filippo Ganna hanno retto l’urto, rimandando tutto allo sprint e lasciando Pogacar ai piedi del podio.
Il Poggio come laboratorio
Il segnale, però, è chiaro: Pogacar non si arrende. Nei primi giorni del 2026 è stato visto provare il finale di Sanremo a tutta, testando ogni metro del Poggio come se fosse un laboratorio a cielo aperto. Non una semplice ricognizione, ma una simulazione reale, con wattaggi da gara e dettagli curati maniacalmente.
Un messaggio forte, soprattutto perché la Milano–Sanremo sarà solo la seconda corsa stagionale per il leader della UAE Team Emirates-XRG, dopo l’esordio alla Strade Bianche. Sanremo non è una tappa di passaggio: è un obiettivo cerchiato in rosso.
Milano, punto di partenza di una sfida personale
Che tutto inizi da Milano non è un dettaglio. La città è la porta d’ingresso a una corsa che non perdona chi sbaglia tempi o scelte. Qui Pogacar non cerca solo una vittoria, ma la legittimazione definitiva come corridore universale, capace di vincere anche la Classica meno “pogacariana” di tutte.
Dopo Sanremo, nel mirino ci saranno le Classiche del Nord e persino la Parigi-Roubaix, altro Monumento ancora mancante. Ma è chiaro che la vera ferita aperta resta la Classicissima.
Il 2026 come anno della resa dei conti
Il 21 marzo dirà se l’ossessione sarà diventata soluzione. Se il Poggio, studiato centimetro dopo centimetro, avrà finalmente restituito qualcosa a Pogacar. Oppure se Milano–Sanremo continuerà a essere la corsa che non si piega nemmeno al più forte di tutti.
Perché Sanremo non premia chi domina. Premia chi capisce. E Pogacar, questa volta, sembra deciso a fare entrambe le cose.

