Villaggio Olimpico Cortina 2026Villaggio Olimpico Cortina 2026

A pochi giorni dall’apertura dei Giochi invernali, Milano guarda già al dopo: Porta Romana diventa il banco di prova della legacy olimpica

Manca sempre meno alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. I cantieri entrano nella fase finale, l’organizzazione accelera, l’attenzione mediatica cresce. Ma, come accade per ogni grande evento globale, la vera domanda non riguarda soltanto lo spettacolo sportivo: che cosa resterà a Milano quando il fuoco olimpico si spegnerà?

È una domanda tutt’altro che retorica, soprattutto per una città che negli ultimi quindici anni ha costruito gran parte della propria trasformazione urbana proprio attorno ai grandi eventi.

Le Olimpiadi come spartiacque urbano

La storia olimpica insegna che il successo non si misura nei giorni di gara, ma nei decenni successivi. Barcellona 1992 è diventata un caso di studio mondiale: da città industriale in declino a metropoli turistica e culturale, grazie a una rigenerazione urbana pensata fin dall’inizio come progetto post-evento. Londra 2012 ha seguito una traiettoria simile, trasformando l’East End nel Queen Elizabeth Olympic Park, oggi quartiere vivo, universitario e produttivo.

All’estremo opposto ci sono Atene 2004 e Rio 2016, esempi emblematici di come l’assenza di una strategia di lungo periodo possa lasciare in eredità impianti inutilizzati, degrado e costi pubblici insostenibili. La differenza non sta nella grandezza dei Giochi, ma nella pianificazione della legacy.

Milano-Cortina, un modello diffuso

Il progetto Milano-Cortina 2026 presenta una peculiarità: non concentra tutto in un’unica area, ma distribuisce impianti e investimenti su territori diversi. Per Milano significa coinvolgere zone storicamente periferiche o marginali, come RogoredoAssago e soprattutto Porta Romana, in un processo di rigenerazione che va oltre l’evento sportivo.

È qui che si gioca la partita più delicata e strategica: il Villaggio Olimpico di Porta Romana, destinato a diventare uno degli interventi urbani più significativi del prossimo decennio.

Il Villaggio Olimpico come risposta ai bisogni della città

Al termine dei Giochi, il Villaggio Olimpico non verrà smantellato né lasciato a un utilizzo incerto. La sua riconversione è già definita: student housing e housing sociale, due delle emergenze più sentite nella Milano contemporanea.

Il progetto prevede, a regime, l’accoglienza di circa 1.700 studenti e di centinaia di famiglie con affitti calmierati. Un intervento che risponde a una domanda reale, strutturale, e che si inserisce in una visione di città più inclusiva e sostenibile.

Non si tratta solo di numeri, ma di scelte politiche e urbanistiche: trasformare un’infrastruttura olimpica in un quartiere abitato significa evitare l’effetto “cattedrale nel deserto” e restituire valore sociale a un investimento pubblico-privato di enorme portata.

La lezione di Expo e la sfida dei tempi

Milano non parte da zero. L’esperienza di Expo 2015 ha insegnato molto: grandi ambizioni, un impatto internazionale straordinario, ma anche ritardi e complessità nella fase di riconversione. L’area che oggi ospita MIND – Milano Innovation District dimostra però che la città è stata capace di correggere il tiro e costruire, nel tempo, un progetto solido.

Il nodo cruciale, anche per Porta Romana, sarà il rispetto dei tempi e la qualità dell’esecuzione. La differenza tra una legacy virtuosa e una incompiuta passa da qui.

Milano e l’eredità dei Giochi

A giorni da Milano-Cortina 2026, la sensazione è che la città abbia scelto consapevolmente di giocare la partita più difficile: quella del dopo. Il Villaggio Olimpico non è solo un’infrastruttura temporanea, ma un tassello di una visione urbana che guarda agli studenti, alle famiglie, alla sostenibilità sociale.

Se i Giochi saranno una vetrina globale, il vero successo si misurerà negli anni successivi, quando Porta Romana sarà un quartiere vissuto e non un ricordo olimpico. Milano, ancora una volta, è chiamata a dimostrare di saper trasformare i grandi eventi in opportunità durature.