Oltre 500 campi da padel in provincia e sempre meno spazi per il calcio: il futuro dello sport di base a Milano è al centro del dibattito
Un boom che cambia il volto dello sport milanese
Negli ultimi anni Milano ha assistito a una trasformazione profonda del proprio panorama sportivo. Il padel, disciplina in forte espansione a livello globale, ha trovato terreno fertile nel capoluogo lombardo, dando vita a un vero e proprio boom infrastrutturale. Secondo i dati della Federazione Internazionale Padel, nella provincia milanese si contano oltre 500 campi attivi, una crescita esponenziale iniziata nel periodo post-pandemico.
Un’espansione che ha attirato investimenti importanti e nomi di primo piano del calcio, come Demetrio Albertini, Zlatan Ibrahimovic e Esteban Cambiasso, protagonisti nello sviluppo di strutture moderne dedicate al padel. Un fenomeno che racconta non solo una moda, ma un cambio di paradigma nel modo di intendere lo sport urbano.
Il caso di via Cilea e il nodo delle riqualificazioni
Tra gli esempi più emblematici di questa trasformazione c’è il progetto relativo al centro sportivo di via Cilea 61, nel cuore del Parco agricolo Sud. L’area, da anni in stato di abbandono, sarà oggetto di riqualificazione con la realizzazione di nuovi campi da padel, al posto dello storico campo da calcio a undici.
Una scelta approvata dalla Giunta comunale, che ha riconosciuto l’interesse pubblico dell’intervento, ma che allo stesso tempo solleva interrogativi rilevanti. Se da un lato si recupera uno spazio inutilizzato, dall’altro si perde una struttura potenzialmente destinabile al calcio giovanile e alle attività dilettantistiche.
Il problema, infatti, non è solo urbanistico ma profondamente sociale: la sostituzione di campi da calcio con impianti più redditizi rischia di ridurre l’accessibilità allo sport per le fasce più giovani e meno abbienti.
Calcio giovanile in difficoltà: meno spazi, meno opportunità
La crescita del padel si inserisce in un contesto già complesso per il calcio italiano, alle prese con una crisi strutturale che riguarda la formazione dei giovani talenti. La recente debacle della nazionale ha riacceso il dibattito sulla necessità di investire nei vivai e nelle infrastrutture di base.
In questo scenario, Milano rappresenta un caso simbolico. Una città che ospita due club storici come Milan e Inter, ma che fatica a garantire spazi adeguati per la pratica del calcio a livello giovanile.
Le associazioni dilettantistiche, gli oratori e i circuiti come il CSI svolgono da sempre un ruolo fondamentale nella crescita sportiva e sociale dei ragazzi. Tuttavia, la mancanza di impianti disponibili rischia di compromettere questo sistema. Senza campi accessibili, il rischio concreto è che molti giovani abbandonino lo sport o non abbiano mai la possibilità di iniziare.
Il business del padel e la sostenibilità sociale dello sport
Il successo del padel è legato anche alla sua sostenibilità economica per gli investitori. Un campo da padel richiede meno spazio rispetto a uno da calcio e garantisce una redditività elevata, con tariffe orarie che possono raggiungere i 40 euro. Un modello che, inevitabilmente, orienta le scelte degli operatori privati.
Ma questa logica di mercato si scontra con il valore sociale dello sport, soprattutto quando si parla di formazione giovanile. Il calcio, a differenza del padel, resta uno sport accessibile, inclusivo e profondamente radicato nel tessuto culturale italiano.
La sfida per Milano sarà trovare un equilibrio tra innovazione e tradizione, tra sviluppo economico e tutela dello sport di base. Perché se è vero che il padel rappresenta una grande opportunità, è altrettanto vero che il calcio giovanile non può permettersi di perdere terreno.
Quale futuro per lo sport a Milano
Il dibattito sulla cosiddetta “padelizzazione” della città è destinato a crescere nei prossimi mesi. La questione non riguarda solo la destinazione degli spazi urbani, ma il modello di sport che si vuole costruire per le nuove generazioni.
Milano si trova di fronte a una scelta strategica: continuare a investire in discipline emergenti, cavalcando le logiche del mercato, oppure preservare e rilanciare le infrastrutture dedicate allo sport di base.
La risposta, probabilmente, non potrà essere univoca. Ma sarà fondamentale evitare che la crescita di un fenomeno si traduca nella marginalizzazione di un altro. Perché il futuro del calcio italiano, e non solo, passa anche da qui: dai campi di periferia, dalle strutture accessibili e dalle opportunità offerte ai più giovani.

