Grid to chargers, evento ABB a StezzanoGrid to chargers, evento ABB a Stezzano

Infrastrutture intelligenti, cabine scalabili e gestione digitale dei carichi: per ABB è qui che si gioca la crescita della mobilità elettrica italiana

La ricarica elettrica in Italia non è più soltanto una questione di colonnine. È questo, in sostanza, il messaggio emerso da «Grid to Chargers», l’evento promosso da ABB Electrification al Kilometro Rosso di Bergamo per mettere attorno allo stesso tavolo industria, operatori della ricarica, ricerca e mondo tecnico. Il punto centrale è chiaro: la crescita della mobilità elettrica non dipende solo dal numero dei punti installati, ma dalla qualità dell’infrastruttura che li sostiene, dalla capacità della rete di assorbire nuovi carichi e dall’intelligenza digitale che deve governare l’intero sistema, dalla cabina fino al singolo charger.  

Il tema è più concreto di quanto sembri. In Italia la rete pubblica ha continuato a crescere e, secondo il report Motus-E 2025, ha raggiunto 73.047 punti di ricarica, con una quota crescente di Fast, ultraFast e HPC. È un progresso reale, che racconta un Paese meno immobile di quanto spesso si dica. Ma è anche un progresso che, da solo, non basta a risolvere i nodi strutturali: distribuzione territoriale disomogenea, tempi autorizzativi, connessioni alla rete, sostenibilità economica degli investimenti e necessità di standard condivisi.

In questo quadro, il settore automotive ha tutto l’interesse a spostare la discussione su un piano più maturo. Continuare a raccontare la transizione elettrica come una semplice corsa a installare nuove colonnine rischia infatti di semplificare troppo un problema industriale, energetico e infrastrutturale molto più complesso. È una riflessione che vale soprattutto per l’Italia, dove il rapporto tra punti di ricarica pubblici e veicoli elettrici circolanti resta competitivo rispetto ad altri grandi mercati europei, ma dove la densità sul territorio e la qualità percepita del servizio devono ancora migliorare.

La rete conta più delle colonnine

Il cuore del ragionamento emerso a Bergamo è che la mobilità elettrica scala davvero soltanto quando la rete elettrica viene progettata insieme all’infrastruttura di ricarica. ABB ha insistito su un approccio sistemico, nel quale regolazione, piani dei DSO, industria e operatori lavorino sulla stessa architettura. Non è un dettaglio tecnico: significa riconoscere che la colonnina visibile all’automobilista è solo l’ultimo anello di una catena molto più ampia, fatta di protezione, misura, controllo, power management, cybersecurity e strumenti digitali capaci di ottimizzare i carichi.

La dichiarazione di Gianluca Lilli, Senior Vice President ABB Electrification, va letta proprio in questa direzione: «La transizione elettrica si vince solo con un approccio sistemico». Il passaggio più interessante, però, è forse quello sull’orchestrazione digitale, definita come il nuovo asset della mobilità elettrica. In altre parole, non basta avere più energia disponibile: serve saperla distribuire, modulare e proteggere in tempo reale. È qui che il dibattito smette di essere ideologico e diventa finalmente industriale.

Del resto, il contesto energetico spinge in questa direzione. La domanda globale di elettricità è prevista in crescita costante nei prossimi anni, trainata anche dall’elettrificazione dei trasporti. Questo significa che la partita non riguarda soltanto le auto, ma la tenuta complessiva dei sistemi elettrici. Pensare di affrontarla con una logica frammentata sarebbe un errore, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove tempi e costi della realizzazione infrastrutturale pesano ancora in modo significativo.

Mobilità elettrica e nodi italiani

I numeri raccontano una situazione meno lineare di quanto suggeriscano certi slogan. Da una parte, la rete pubblica italiana è cresciuta molto e il regolamento europeo AFIR fissa target sempre più stringenti sia per la potenza disponibile sia per la copertura infrastrutturale. Dall’altra, proprio questi obiettivi rendono evidente che il tema non è più “se” investire, ma “come” farlo in modo scalabile, interoperabile e sostenibile.

Non a caso, tra le priorità condivise all’evento ABB sono emerse tre direttrici precise: evoluzione degli standard normativi, progettazione di cabine modulari già pronte a espandersi e rafforzamento delle competenze tecniche lungo la filiera. È un passaggio fondamentale, perché il rischio maggiore, in questa fase, è costruire infrastrutture adeguate per l’oggi ma già insufficienti per il domani.

Anche il contributo del Politecnico di Milano va nella stessa direzione: l’impatto della mobilità elettrica sulla rete è gestibile, purché si adottino strumenti intelligenti come energy managementload balancing, tariffe dinamiche e flessibilità della ricarica domestica. È un punto decisivo, perché smonta una delle paure più ricorrenti attorno all’elettrico: quella di una rete incapace di reggere la diffusione delle auto a batteria.

Sul fronte degli operatori, il confronto con i principali player italiani ha confermato un altro aspetto che il settore conosce bene: il mercato esiste, ma resta eterogeneo. Servono modelli di business più solidi, processi autorizzativi meno lenti e una standardizzazione che renda l’esperienza d’uso più semplice e prevedibile per gli automobilisti.

Perché il sistema deve cambiare passo

Il confronto di Bergamo ha avuto il merito di riportare il discorso sulla mobilità elettrica in Italia dentro un orizzonte pragmatico. Non c’è bisogno di tifoserie, né di narrazioni estreme. C’è bisogno, semmai, di riconoscere che la ricarica pubblica è ormai un pezzo della politica industriale nazionale.

Se cresce il parco elettrico, devono crescere anche le reti, i trasformatori, le cabine, i software di controllo, i sistemi di sicurezza e la formazione tecnica. Tutto insieme. Per il settore automotive, questa è una buona notizia solo a metà: conferma che l’elettrificazione è una trasformazione strutturale, ma evidenzia anche quanto sia pericoloso continuare a ragionare per compartimenti stagni.

L’auto non può più essere separata dall’energia, così come l’energia non può essere separata dal digitale. La mobilità del prossimo decennio sarà una questione di integrazione tra sistemi, competenze e tecnologie.

In fondo, il messaggio è semplice: senza infrastrutture intelligenti non c’è scala, senza orchestrazione digitale non c’è efficienza, senza una rete progettata per crescere non c’è fiducia nel mercato. E senza fiducia, nessuna transizione può davvero compiersi.