I protocolli sviluppati al Centro Maria Letizia Verga e nel progetto europeo FORTEe ottengono il riconoscimento scientifico di FMSI ed EFSMA e rafforzano il ruolo dell’esercizio fisico adattato nell’oncologia pediatrica europea.
C’è un passaggio che segna una svolta culturale, prima ancora che clinica, nel rapporto tra sport e cura. Non si tratta più soltanto di considerare il movimento come un supporto al benessere generale, ma di riconoscerlo come parte di un percorso terapeutico strutturato, controllato e scientificamente validato. È il significato più profondo del risultato raggiunto dal progetto europeo FORTEe – Get strong to fight childhood cancer, che vede protagonista anche il Centro Maria Letizia Verga di Monza, punto di riferimento per l’oncologia pediatrica lombarda e nazionale. I protocolli di esercizio fisico adattato sviluppati all’interno di questa rete hanno infatti ottenuto il patrocinio scientifico della Federazione Medico Sportiva Italiana e della European Federation of Sports Medicine Associations, due organismi che ne rafforzano la credibilità internazionale.
Per Milano e per tutto il sistema sanitario e sportivo della Lombardia la notizia ha un peso specifico rilevante. Perché il progetto non resta confinato a un piano teorico o sperimentale, ma tocca da vicino una realtà territoriale che da anni investe nell’integrazione tra ricerca, assistenza e qualità della vita dei pazienti più giovani. La dimensione milanese è centrale anche nella geografia del consorzio europeo: tra le città coinvolte compaiono infatti Milano e Monza, all’interno di una rete di dieci centri oncologici pediatrici distribuiti in otto Paesi, con oltre 450 bambini e adolescenti coinvolti nella sperimentazione.
Un riconoscimento che cambia prospettiva
Il punto non è soltanto il valore simbolico del patrocinio ottenuto. Il riconoscimento di FMSI ed EFSMA certifica che questi protocolli rispondono a criteri di solidità scientifica, sicurezza e trasferibilità clinica. In altre parole, l’attività fisica adattata smette di essere percepita come un elemento accessorio e si avvicina sempre di più allo status di componente integrata del trattamento nei bambini e negli adolescenti colpiti da tumore. È una trasformazione che riguarda il linguaggio della medicina, ma anche la pratica quotidiana nei reparti pediatrici.
La stessa Francesca Lanfranconi, medico dello sport e ricercatrice in fisiologia umana al Centro Maria Letizia Verga, ha spiegato che questo passaggio rappresenta la conferma di un lavoro pluriennale costruito su protocolli «sicuri, efficaci e adattabili» anche ai pazienti più fragili. Il traguardo, nelle intenzioni del consorzio, non si ferma qui: l’obiettivo dichiarato è arrivare a una vera linea guida internazionale condivisa da ricercatori e associazioni impegnati nell’esercizio fisico in oncologia pediatrica.
Il ruolo del Centro Maria Letizia Verga tra Monza e Milano
Se il progetto FORTEe ha dimensione europea, il contributo brianzolo-lombardo è tutt’altro che marginale. Il Centro Maria Letizia Verga ha infatti arruolato il numero più alto di pazienti dell’intero studio, arrivando a 100 bambini e adolescenti, dato che ne conferma il ruolo di motore scientifico e organizzativo del percorso. Non è un dettaglio: significa che una parte decisiva della validazione di questi protocolli passa da un’eccellenza sanitaria che opera a pochi chilometri da Milano e che dialoga costantemente con il capoluogo per servizi, ricerca e attrattività clinica.
Il progetto Sport Therapy, sostenuto dal 2017 dalla Fondazione Maria Letizia Verga, nasce proprio da questa visione: fare in modo che il movimento non venga escluso dalla vita dei piccoli pazienti durante la malattia, ma ripensato in forme compatibili con le terapie, con la fragilità fisica e con i tempi dell’ospedale. La documentazione del progetto spiega che l’esercizio viene modulato in modo personalizzato e supervisionato, con l’obiettivo di contrastare fatica, perdita di tono muscolare, riduzione della capacità aerobica e isolamento sociale.
Perché l’esercizio fisico conta anche durante le cure
Nel campo dell’oncologia pediatrica il nodo è delicatissimo. I trattamenti possono incidere profondamente sul corpo, sull’energia e sulla qualità della vita dei pazienti. Per questo, storicamente, il tema dell’attività fisica è stato guardato con prudenza. FORTEe prova a cambiare paradigma: non attività generica, ma esercizio di precisione, calibrato sulle condizioni cliniche del singolo bambino o adolescente. La finalità non è agonistica, né tantomeno estetica. È terapeutica, funzionale, relazionale.
Secondo la scheda del progetto, gli obiettivi comprendono il sollievo dalla fatigue correlata al tumore, il mantenimento della forza, il miglioramento della qualità della vita e lo sviluppo di strumenti digitali innovativi, inclusa la realtà aumentata, per aumentare l’adesione al percorso. Accanto al dato medico, emerge anche una questione sociale: ridurre l’isolamento e restituire ai ragazzi un frammento di normalità dentro l’esperienza della malattia.
Mainz, l’assemblea generale e la dimensione europea del progetto
Il riconoscimento arriva mentre a Mainz, in Germania, è in corso la General Assembly del progetto. L’incontro riunisce i ricercatori delle 16 istituzioni coinvolte nel consorzio FORTEe, coordinato dall’Università Johannes Gutenberg di Mainz, per condividere avanzamenti, risultati e prospettive future. Alla riunione partecipa anche il team della Sport Therapy del Centro Maria Letizia Verga, accompagnato da due giovani atleti che hanno preso parte al progetto. È un dettaglio che racconta bene la filosofia dell’iniziativa: la ricerca non resta chiusa nei laboratori, ma si misura con le persone, con i loro corpi e con le loro storie.
La portata internazionale del lavoro è un altro aspetto da non sottovalutare. FORTEe è stato finanziato dal programma europeo Horizon 2020 e coinvolge partner in Italia, Germania, Francia, Spagna, Danimarca, Inghilterra, Slovenia e Romania. L’impianto del progetto è quello delle grandi reti di ricerca europee: raccolta condivisa dei dati, criteri comuni di valutazione e diffusione aperta dei risultati. Una volta pubblicati, i protocolli saranno infatti disponibili con licenza Creative Commons, dunque riutilizzabili e condivisibili a livello globale citando la fonte e senza fini commerciali.
Un modello che parla anche alla città di Milano
Per una città come Milano, che da tempo cerca di affermarsi come capitale italiana dello sport e salute, questa esperienza offre una traccia concreta. Non si parla di grandi eventi o di impiantistica, ma di una frontiera forse ancora più importante: l’uso dello sport come strumento di inclusione, recupero e presa in carico della fragilità. L’asse Milano-Monza, in questo senso, può diventare un laboratorio di buone pratiche capace di fare scuola anche altrove.
La forza della notizia sta proprio qui: i protocolli FORTEe non raccontano una suggestione, ma un metodo. E il metodo, in medicina, è ciò che può essere osservato, verificato, replicato. Se nei prossimi mesi l’analisi dei dati confermerà le aspettative del consorzio, la strada verso linee guida condivise potrebbe aprire una nuova fase nella cura dei tumori pediatrici. Non una terapia che sostituisce le altre, ma una terapia che accompagna, sostiene e aiuta a resistere.
In questo quadro, il lavoro della Fondazione Maria Letizia Verga, nata nel 1979 e oggi trasformata in fondazione ETS, acquista ancora più rilievo. La storia dell’ente è intrecciata alla crescita delle percentuali di guarigione dei bambini con leucemia, passate dal 30% del 1979 all’85% attuale secondo i dati diffusi dalla fondazione. Un percorso costruito in oltre quarantacinque anni di assistenza, ricerca e sostegno alle famiglie, che trova nella Sport Therapy una delle sue espressioni più avanzate e moderne.
Dove può portare questo risultato
La diffusione dei risultati finali di ricerca è prevista entro la fine del 2026. Ma già ora il messaggio è chiaro: quando è progettato con rigore, supervisionato da professionisti e integrato nei percorsi clinici, lo sport può diventare parte della cura. È un’affermazione forte, che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata prematura, e che invece oggi trova basi sempre più solide. Per Milano, per Monza e per l’intero sistema della medicina sportiva europea, è una notizia che merita attenzione. Perché ridefinisce il confine tra terapia e qualità della vita, e lo fa partendo dai pazienti più giovani.

