Il leggendario campione si è spento a 31 anni. A San Siro costruì una parte decisiva della sua leggenda, battendo Moni Maker nel Gran Premio delle Nazioni e conquistando due volte il Premio ENCAT.
Il mondo dell’ippica perde il suo campione più conosciuto e Milano saluta uno degli animali che hanno segnato la storia sportiva della città. Varenne, il «Capitano» capace di trasformare il trotto in uno spettacolo seguito ben oltre i confini degli ippodromi, si è spento a 31 anni nell’allevamento di Eboli dove trascorreva l’ultima parte della sua vita.
La sua carriera viene inevitabilmente associata a Parigi, Stoccolma, Napoli, Roma e agli Stati Uniti. Ma nella geografia della leggenda di Varenne esiste anche una tappa fondamentale chiamata Milano.
Fu proprio sul vecchio ippodromo del trotto di San Siro che il campione italiano conquistò nel 1999 il Gran Premio delle Nazioni, superando Moni Maker, allora punto di riferimento assoluto del trotto internazionale. Non fu una vittoria qualsiasi: rappresentò uno dei momenti nei quali Varenne dimostrò definitivamente di poter competere e vincere contro i migliori cavalli del mondo.
Una storia che rende il legame tra il Capitano e il capoluogo lombardo molto più profondo di una semplice presenza in calendario.
Varenne e Milano, la notte che cambiò la sua dimensione internazionale
La stagione del 1999 occupa un posto particolare nella carriera del trottatore nato il 19 maggio 1995 nell’allevamento di Zenzalino, a Copparo. Varenne arrivava dal successo nel Derby italiano del trotto dell’anno precedente e stava costruendo una crescita che presto lo avrebbe portato sulla scena internazionale.
A Milano trovò uno dei passaggi decisivi.
Il Gran Premio delle Nazioni disputato all’ippodromo del trotto di San Siro metteva di fronte il cavallo italiano alla statunitense Moni Maker, una delle più grandi campionesse dell’epoca. Varenne riuscì a batterla, completando una stagione straordinaria nella quale rimase imbattuto con quattordici successi in altrettante corse.
Quel risultato rappresentò qualcosa di più di una vittoria prestigiosa. San Siro diventò il palcoscenico sul quale il trottatore italiano mostrò di avere le qualità necessarie per trasformarsi in una star mondiale.
Secondo la ricostruzione pubblicata dagli Ippodromi Snai nella pagina dedicata alla storia di Varenne, proprio il Gran Premio delle Nazioni di Milano segnò il suo esordio sul grande palcoscenico internazionale.
Da quel momento il Capitano avrebbe iniziato una scalata praticamente irripetibile.
San Siro nel palmarès del Capitano
Il rapporto con Milano non si esaurì nel 1999.
Nel palmarès ufficiale di Varenne compaiono infatti anche due successi milanesi nel Premio ENCAT, conquistati nel 2001 e nel 2002. Tre grandi affermazioni nel capoluogo lombardo che raccontano quanto la pista milanese sia stata parte integrante della carriera del cavallo più famoso dell’ippica italiana.
Milano, del resto, possiede un rapporto storico con il mondo delle corse. Come abbiamo raccontato nell’approfondimento dedicato a Milano e alla storia dell’ippica, il trotto e il galoppo fanno parte della cultura sportiva cittadina da oltre un secolo.
Il primo vero ippodromo milanese dedicato al trotto risale alla fine dell’Ottocento. Successivamente San Siro divenne uno dei grandi centri nazionali della disciplina, costruendo una tradizione capace di richiamare campioni, allevatori, driver e appassionati.
Varenne entrò in questa storia nel momento più alto della propria ascesa, trasformando una pista già prestigiosa in uno dei luoghi simbolici della sua carriera.
Dal successo di Milano alla conquista del mondo
Dopo quella stagione iniziò la fase che trasformò Varenne da grande cavallo italiano a fenomeno sportivo internazionale.
I numeri raccontano una carriera difficilmente replicabile: 73 corse disputate, 62 vittorie e più di 6 milioni di euro conquistati in premi. Ma persino queste cifre non riescono a spiegare completamente la dimensione raggiunta dal Capitano.
Nel 2000 arrivò il primo successo nel Gran Premio Lotteria di Agnano. Nel 2001 Varenne realizzò una stagione che appartiene alla storia del trotto mondiale.
Vinse il Prix d’Amérique a Parigi, il Gran Premio Lotteria a Napoli e l’Elitloppet di Stoccolma, completando quello che viene considerato il grande slam europeo della specialità. Successivamente attraversò l’Atlantico e conquistò anche la Breeders Crown negli Stati Uniti.
Sul miglio del Meadowlands corse in 1’51”1, prestazione equivalente a un ragguaglio chilometrico di 1’09”1 e allora riferimento mondiale.
Nel 2002 seppe ripetersi ai massimi livelli, vincendo nuovamente il Prix d’Amérique, il Lotteria e l’Elitloppet. E in quella stessa stagione tornò a lasciare il segno anche a Milano con il secondo successo consecutivo nel Premio ENCAT.
Un campione capace di superare i confini dell’ippica
La grandezza di Varenne, tuttavia, non può essere misurata soltanto attraverso cronometri e trofei.
Per alcuni anni il Capitano riuscì in qualcosa che pochissimi protagonisti dell’ippica italiana avevano ottenuto: portare il trotto dentro il racconto sportivo generalista.
Le sue corse diventavano eventi televisivi. Il suo nome era conosciuto anche da chi non frequentava gli ippodromi e non conosceva termini tecnici, genealogie o tempi al chilometro.
Varenne diventò semplicemente Varenne.
Come Alberto Tomba nello sci, Valentino Rossi nel motociclismo o Marco Pantani nel ciclismo, riuscì a creare un’identificazione immediata tra atleta e disciplina. In questo caso, con un elemento ancora più particolare: l’atleta era un cavallo.
Al suo fianco c’era soprattutto il driver Giampaolo Minnucci, uomo simbolo delle sue imprese, mentre il lavoro dell’allenatore finlandese Jori Turja accompagnò la trasformazione del talento in una macchina da vittorie.
Quel duello di San Siro contro Moni Maker
Nella memoria sportiva milanese resta soprattutto il confronto con Moni Maker.
Per comprendere il significato di quella corsa bisogna considerare il valore dell’avversaria. La campionessa statunitense rappresentava uno dei riferimenti assoluti del trotto mondiale e affrontarla significava misurare concretamente le ambizioni internazionali di Varenne.
Il successo al Gran Premio delle Nazioni del 1999 a San Siro dimostrò che il cavallo italiano non era più soltanto una promessa o il dominatore delle competizioni nazionali.
Poteva battere i migliori.
A posteriori, quella vittoria assume quasi il valore di una linea di confine. Prima c’era il grande talento emerso nel Derby italiano. Dopo sarebbe arrivato il Varenne capace di conquistare Vincennes, Solvalla, Agnano e Meadowlands.
E proprio Milano si trovò esattamente nel mezzo di questa trasformazione.
La tradizione del trotto milanese continua
Anche gli impianti ippici della città hanno vissuto una profonda evoluzione.
Lo storico ippodromo del trotto di San Siro, inaugurato nel 1925, ha chiuso nel 2015, quando l’attività venne trasferita alla nuova pista della Maura. Più recentemente il trotto è tornato nello storico complesso dell’Ippodromo Snai San Siro, ricongiungendosi al galoppo all’interno di uno dei luoghi sportivi più caratteristici della città.
È una trasformazione che rende ancora più importante conservare la memoria delle corse capaci di costruire la storia dell’ippica milanese.
Tra queste, il Gran Premio delle Nazioni vinto da Varenne contro Moni Maker occupa inevitabilmente una posizione particolare.
Perché racconta contemporaneamente la storia di Milano, quella del trotto italiano e l’inizio della dimensione mondiale del Capitano.
Varenne lascia un’eredità che continua attraverso i suoi figli
La carriera agonistica di Varenne terminò nel settembre 2002, ma la sua influenza sul trotto non si concluse insieme alle competizioni.
Impiegato come stallone, il Capitano ha generato oltre duemila discendenti, lasciando un patrimonio genetico che continua a essere presente negli ippodromi italiani e internazionali.
Tra i suoi figli figurano numerosi protagonisti di primo piano. Il valore della sua discendenza conferma quanto Varenne sia stato importante non soltanto come atleta, ma anche per l’evoluzione dell’allevamento del trottatore moderno.
Negli ultimi anni viveva lontano dalle competizioni, circondato dalle attenzioni riservate a un campione diventato parte della memoria collettiva dello sport italiano.
La sua morte, avvenuta a 31 anni, chiude materialmente una storia iniziata nel 1995. Non ne cancella però l’impatto.
Milano saluta uno dei protagonisti della sua storia ippica
Varenne non apparteneva a una sola città.
Roma gli consegnò il Derby. Napoli lo vide dominare tre edizioni consecutive del Lotteria. Parigi lo incoronò due volte nel Prix d’Amérique. Stoccolma lo applaudì nell’Elitloppet. Gli Stati Uniti ne certificarono la grandezza con la Breeders Crown.
Ma Milano fu uno dei luoghi nei quali il mondo cominciò davvero a capire chi fosse Varenne.
Il Gran Premio delle Nazioni del 1999 contro Moni Maker rimane uno dei punti di svolta della sua carriera. I successivi trionfi nel Premio ENCAT completarono un rapporto speciale con San Siro.
Per questo la scomparsa del Capitano riguarda direttamente anche la memoria sportiva milanese.
Gli ippodromi cambiano, le tribune vengono trasformate e le generazioni di appassionati si succedono. Alcune corse, però, rimangono.
E tra quelle che Milano non può dimenticare c’è un cavallo baio oscuro lanciato sulla pista di San Siro, davanti alla campionessa del mondo.
Si chiamava Varenne.




















