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La Palestina torna in campo: il calcio riparte dopo quasi tre anni

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Dopo una lunghissima sospensione, il movimento calcistico palestinese prova a ricominciare. Oltre duecento club sono chiamati a partecipare alla nuova competizione dedicata agli sportivi morti durante il conflitto. Una storia che va oltre il risultato e riporta al centro il ruolo sociale dello sport.

Per quasi tre anni il pallone è rimasto fermo. Adesso il calcio palestinese prova a tornare in campo, cercando attraverso lo sport di recuperare almeno una parte di quella quotidianità cancellata dalla guerra. La ripartenza delle competizioni è stata fissata per il 4 settembre 2026, una data destinata inevitabilmente ad assumere un significato molto più profondo rispetto al semplice inizio di una stagione sportiva.

La Palestinian Football Association ha annunciato una manifestazione che dovrebbe coinvolgere più di duecento società tra Cisgiordania, Striscia di Gaza e comunità palestinesi presenti nei campi profughi in Libano.

Il torneo porterà il nome di «Coppa dei Mille Martiri», scelta che lega direttamente la ripartenza del calcio alla memoria degli sportivi palestinesi morti durante il conflitto.

A raccontare il progetto e le difficoltà che accompagnano il ritorno in campo è anche l’approfondimento di Globalist sulla ripartenza del calcio palestinese, dal quale emerge una realtà nella quale organizzare una partita significa affrontare problemi che vanno molto oltre quelli normalmente conosciuti da una società sportiva.

Il calcio palestinese prova a ripartire il 4 settembre

La volontà della federazione è chiara: ricostruire un’attività calcistica organizzata dopo anni di interruzione.

L’inizio della guerra nell’ottobre 2023 aveva sostanzialmente fermato le principali competizioni locali, inserendo il calcio all’interno di una crisi molto più grande che ha coinvolto atleti, tecnici, dirigenti, strutture e intere comunità.

Riprendere significa quindi molto più che stilare un calendario.

Significa verificare quali società siano ancora nelle condizioni di partecipare, trovare terreni sui quali allenarsi e disputare le partite, organizzare gli spostamenti e permettere agli atleti di recuperare una preparazione adeguata dopo un periodo estremamente lungo senza una normale attività agonistica.

La Palestinian Football Association vuole provare a farlo coinvolgendo realtà provenienti da territori differenti.

Secondo quanto annunciato, la competizione dovrebbe comprendere 146 club della Cisgiordania, 44 della Striscia di Gaza e 36 appartenenti alle comunità palestinesi presenti nei campi profughi del Libano.

Numeri che restituiscono immediatamente le dimensioni del progetto.

La Coppa dei Mille Martiri tra calcio e memoria

Il nome scelto per la competizione chiarisce immediatamente quale sarà il significato attribuito al ritorno in campo.

La Coppa dei Mille Martiri sarà dedicata agli sportivi palestinesi morti durante il conflitto. Secondo i dati indicati dalla federazione palestinese, il numero avrebbe superato quota mille.

Dietro una statistica di questo tipo esistono naturalmente vite, famiglie, squadre, compagni di spogliatoio e carriere interrotte.

Per questo la ripartenza non potrà essere considerata un normale avvio di campionato.

Ogni società che riuscirà nuovamente a schierare una formazione rappresenterà una parte di un sistema sportivo che cerca di ricostruirsi dopo un’interruzione drammatica. Ogni allenamento potrà assumere un valore diverso. Ogni partita sarà inevitabilmente accompagnata dalla memoria di chi non potrà più disputarla.

È qui che lo sport assume una funzione sociale prima ancora che agonistica.

Il calcio non può risolvere una guerra. Non può ricostruire ciò che è stato distrutto e non può cancellare le conseguenze di un conflitto. Può però restituire alle persone alcuni elementi fondamentali della vita quotidiana: un appuntamento, una squadra, un allenamento, un obiettivo.

Elementi apparentemente semplici, che diventano enormemente importanti quando vengono a mancare.

Jibril Rajoub e il progetto della federazione palestinese

A presentare il piano per la ripartenza è stato Jibril Rajoub, presidente della Palestinian Football Association.

La federazione considera il calcio uno degli strumenti attraverso i quali provare a ricostruire una rete sociale intorno ai giovani e alle comunità locali. Per riuscirci, tuttavia, servirà un sostegno che non può arrivare esclusivamente dalle società palestinesi.

Rajoub ha chiesto attenzione e collaborazione anche agli organismi internazionali del calcio.

Il problema non riguarda soltanto l’organizzazione delle competizioni. Ricostruire un movimento sportivo significa avere campi, attrezzature, arbitri, allenatori, personale medico, trasporti e risorse economiche.

In condizioni normali si tratta dell’infrastruttura quasi invisibile che consente a un campionato di funzionare. Nel contesto palestinese ciascuno di questi elementi diventa invece una difficoltà concreta.

Giocare una partita non è più un gesto scontato

È probabilmente questo l’aspetto più significativo della storia.

Nel calcio europeo discutiamo quotidianamente di calendari troppo pieni, diritti televisivi, mercato, VAR e nuove formule delle competizioni. In Palestina la domanda preliminare è molto più semplice: esistono le condizioni per giocare?

Organizzare una partita significa mettere insieme ventidue calciatori, ma anche trovare un impianto utilizzabile e permettere alle squadre di raggiungerlo.

Il calcio palestinese aveva già conosciuto difficoltà negli spostamenti e nell’organizzazione dell’attività prima del conflitto. Gli ultimi anni hanno reso il quadro ancora più complicato.

Per questo il ritorno in campo annunciato per settembre deve essere letto soprattutto come il tentativo di riattivare un sistema.

Una nazionale che ha continuato a rappresentare la Palestina

Mentre l’attività interna si fermava, la nazionale palestinese ha continuato a competere sulla scena internazionale.

Anche questo elemento ha assunto un’importanza particolare.

Una selezione nazionale rappresenta normalmente il vertice di una struttura calcistica composta da campionati, vivai e club. Nel caso palestinese, per un lungo periodo, la nazionale è invece rimasta uno dei pochissimi riferimenti visibili di un movimento che sul territorio aveva enormi difficoltà a svolgere un’attività regolare.

Il percorso nelle qualificazioni internazionali ha così acquisito un significato che andava oltre il semplice risultato.

Per molti tifosi vedere la propria nazionale scendere in campo ha significato continuare a riconoscersi in una squadra mentre il calcio locale era sostanzialmente fermo.

La Palestina ha anche avvicinato un risultato sportivo di enorme prestigio nel percorso verso il Mondiale 2026, arrivando molto vicina a prolungare la propria corsa nelle qualificazioni.

Il sogno si è interrotto, ma quel percorso ha dimostrato quanto il pallone sia rimasto un punto di riferimento anche durante gli anni più difficili.

Il calcio non cancella la guerra, ma restituisce uno spazio sociale

Quando lo sport incontra una tragedia o un conflitto esiste sempre il rischio di attribuirgli un potere che non possiede.

Dire semplicemente che «il calcio unisce» sarebbe riduttivo.

Una partita non cancella le divisioni politiche e non risolve le conseguenze materiali di una guerra.

Può però creare uno spazio differente.

Un giovane che torna ad allenarsi recupera una routine. Un allenatore ricomincia a lavorare con un gruppo. Una società torna a organizzare un’attività. Una famiglia può nuovamente seguire un figlio su un campo.

Sono piccoli elementi di normalità che, inseriti in un contesto profondamente destabilizzato, acquistano un peso enorme.

Il calcio diventa quindi uno strumento di aggregazione prima ancora che un evento da seguire attraverso un risultato.

Oltre duecento squadre per ricostruire una rete

Il dato relativo ai club coinvolti è particolarmente importante proprio per questo motivo.

Più di duecento squadre significano migliaia di persone direttamente o indirettamente interessate dal progetto: calciatori, dirigenti, tecnici, arbitri, familiari e volontari.

La competizione può quindi trasformarsi in uno dei primi tentativi di ricostruire una rete sportiva organizzata su larga scala.

Non sarà semplice.

Le differenze tra le condizioni nelle quali operano i club della Cisgiordania, quelli di Gaza e le società legate alle comunità palestinesi in Libano renderanno inevitabilmente complessa la gestione del torneo.

La volontà, però, è quella di partire.

Palestina e Milano, quando il calcio diventa anche racconto

Una storia geograficamente lontana può trovare un collegamento anche con Milano, città nella quale il calcio è tradizionalmente associato ai grandi club, agli stadi e agli eventi internazionali, ma dove esiste anche un’importante dimensione culturale e sociale dello sport.

Negli ultimi anni Milano ha ospitato festival, documentari e iniziative capaci di utilizzare il pallone per raccontare territori, comunità e vicende molto lontane dalla Serie A.

È accaduto anche attraverso l’Offside Football Film Festival raccontato da MilanoSportiva, manifestazione che ha portato in città storie nelle quali il calcio diventa una lente attraverso cui osservare società, cultura e identità.

Tra queste è entrato anche il racconto della realtà palestinese.

Il collegamento non è artificiale.

Milano rappresenta uno dei luoghi italiani nei quali lo sport viene sempre più spesso raccontato non soltanto attraverso classifiche e risultati, ma come fenomeno culturale capace di intrecciarsi con cinema, comunicazione e temi sociali.

Quando lo sport racconta ciò che accade fuori dal campo

È probabilmente questa la chiave con cui osservare il ritorno del calcio palestinese.

Una squadra che rientra in campo non racconta soltanto la propria voglia di vincere.

Racconta le condizioni nelle quali quella squadra ha dovuto vivere negli ultimi anni, le persone che non ci sono più, le difficoltà affrontate per continuare ad allenarsi e la volontà di mantenere viva un’attività che rappresenta una parte importante della propria comunità.

Per un sito sportivo significa anche ricordare che lo sport non esiste mai completamente separato dalla società nella quale viene praticato.

È vero a Milano come a Ramallah.

Le condizioni sono incomparabili, ma il principio rimane lo stesso: un campo è sempre anche lo specchio di ciò che accade intorno.

Il 4 settembre il pallone tornerà a rotolare

La data indicata dalla federazione palestinese è il 4 settembre 2026.

Da quel momento dovrebbe iniziare un percorso che nessuno può prevedere con precisione.

Non è possibile sapere quanto rapidamente il sistema calcistico riuscirà a ricostruire una vera continuità agonistica né quali difficoltà organizzative emergeranno durante la competizione.

Ma il primo obiettivo è già significativo: tornare a giocare.

Dopo quasi tre anni di sospensione, per centinaia di squadre poter entrare nuovamente in campo rappresenterà qualcosa che va ben oltre i tre punti.

Non sarà ancora un ritorno completo alla normalità.

Sarà però il tentativo di ricominciare a costruirla.

E quando il primo arbitro fischierà l’inizio di una partita della nuova competizione, il risultato conterà certamente. Ma per una volta la notizia più importante sarà semplicemente che quella partita possa essere giocata.