La procedura di Valutazione ambientale strategica accende il confronto sul consumo di suolo, sul futuro del Parco dei Capitani e sulle compensazioni richieste per il progetto del nuovo impianto di Inter e Milan.
La corsa verso il nuovo stadio di San Siro non si gioca soltanto sui tempi della progettazione, sui finanziamenti o sulle autorizzazioni urbanistiche. Nel percorso che dovrebbe condurre alla costruzione del nuovo impianto di Inter e Milan sta assumendo un peso crescente anche la questione ambientale, destinata a diventare uno dei passaggi più delicati dell’intera operazione.
Dopo il lungo confronto sul possibile vincolo culturale dello stadio Giuseppe Meazza, l’attenzione si concentra ora sulla procedura di Valutazione ambientale strategica, la Vas avviata dal Comune di Milano per analizzare le conseguenze del Piano attuativo sull’area di San Siro.
Il procedimento riguarda una trasformazione urbanistica di circa 28 ettari e dovrà misurare gli effetti del progetto su suolo, verde urbano, mobilità, qualità dell’aria, salute pubblica, biodiversità e gestione delle acque. Il Comune ha avviato formalmente la procedura nel marzo 2026, mentre Inter e Milan puntano a iniziare i lavori del nuovo stadio tra la fine del 2027 e le fasi immediatamente successive.
Il tempo rappresenta dunque una variabile centrale, ma non può comprimere verifiche previste dalla normativa e indispensabili per valutare l’impatto di una trasformazione destinata a modificare profondamente uno dei quartieri più riconoscibili di Milano.
Il Parco dei Capitani al centro del confronto
Uno dei temi più controversi riguarda il futuro dell’area verde conosciuta come Parco dei Capitani, collocata accanto all’attuale stadio Meazza.
Secondo il progetto presentato dai club, il nuovo impianto dovrebbe sorgere nella porzione occidentale del comparto di San Siro, mentre una parte dell’attuale stadio verrebbe conservata e rifunzionalizzata. Il piano comprende inoltre strutture commerciali, spazi dedicati all’intrattenimento, uffici, hotel, servizi sportivi e nuove sistemazioni verdi.
L’area del Parco dei Capitani è però già oggi una superficie non edificata inserita in un contesto urbano fortemente impermeabilizzato. Proprio per questo, ogni ipotesi di costruzione impone una valutazione che non si limiti al numero finale degli alberi o ai metri quadrati di verde promessi al termine dei lavori.
Il punto centrale riguarda infatti la qualità ecologica del suolo esistente, la continuità degli spazi aperti, la capacità di assorbire l’acqua piovana, il contrasto alle isole di calore e la funzione svolta dalla vegetazione urbana.
Un prato o un terreno naturale non sono equivalenti a una copertura verde realizzata sopra strutture, parcheggi o superfici artificiali. La distinzione tra suolo libero e verde costruito rappresenta uno dei nodi che la Vas dovrà approfondire.
Cosa prevede il regolamento europeo sul ripristino della natura
Nel dibattito è entrato anche il Regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura, approvato dall’Unione europea nel giugno 2024 ed entrato in vigore nell’agosto dello stesso anno.
La norma punta al recupero degli ecosistemi degradati, alla protezione della biodiversità e al rafforzamento della capacità dei territori di rispondere ai cambiamenti climatici. Tra gli obiettivi figurano anche la tutela degli ecosistemi urbani e il contenimento della perdita di spazi verdi e copertura arborea.
Occorre tuttavia precisare un aspetto importante. Il regolamento non stabilisce letteralmente l’obbligo di conservare integralmente ogni singolo spazio verde esistente in ciascun quartiere a partire dal 2024.
La disposizione prevede invece che gli Stati membri garantiscano, entro il 2030, l’assenza di una perdita netta della superficie nazionale complessiva degli spazi verdi urbani e della copertura arborea urbana rispetto al 2024, salvo alcune condizioni ed eccezioni stabilite dalla stessa norma.
Questo significa che una trasformazione locale non è automaticamente vietata, ma deve essere letta all’interno di un quadro più ampio nel quale il saldo del verde urbano, la qualità ecologica e le misure di ripristino assumono un valore vincolante.
Nel caso di San Siro, il richiamo alla normativa europea rafforza quindi la necessità di quantificare con precisione quanto suolo naturale verrebbe perso, quanto ne verrebbe recuperato e quale sarebbe la qualità effettiva delle compensazioni previste.
Il Piano del Verde di Milano e la tutela del suolo libero
Il confronto sul nuovo stadio si intreccia anche con il nuovo Piano del Verde e del Paesaggio del Comune di Milano.
Tra le azioni indicate dal documento compare l’obiettivo di «tutelare e preservare il suolo libero quale risorsa ecologica non rinnovabile», salvaguardando le aree agricole, quelle periurbane e le superfici verdi non edificate presenti nella città consolidata.
Il Piano ricorda inoltre che il suolo garantisce servizi ecosistemici essenziali: assorbimento e stoccaggio del carbonio, drenaggio delle acque meteoriche, mitigazione delle temperature, sostegno alla biodiversità e miglioramento della qualità ambientale urbana.
Il principio assume un significato particolare a Milano, dove l’elevata quantità di superfici impermeabili e la limitata disponibilità di suolo naturale rendono ogni area libera una risorsa difficilmente sostituibile.
La trasformazione del comparto di San Siro dovrà quindi essere valutata anche alla luce degli obiettivi ambientali che lo stesso Comune ha inserito nei propri strumenti di pianificazione.
È proprio su questa coerenza che si concentra una parte delle critiche: da un lato l’amministrazione dichiara di voler proteggere le superfici verdi non edificate; dall’altro sostiene un progetto che prevede la costruzione di un nuovo impianto su una porzione oggi libera.
Consumo di suolo e compensazioni ambientali
Un altro passaggio decisivo riguarda il consumo di suolo complessivo generato dal Piano attuativo.
Nel contributo trasmesso nell’ambito del procedimento ambientale, ATS avrebbe richiesto che, prima della realizzazione del progetto, venga quantificata l’effettiva impermeabilizzazione derivante dall’intervento nel suo insieme.
L’indicazione prevede inoltre l’individuazione di superfici da depavimentare e de-impermeabilizzare per un’estensione almeno equivalente a quella delle nuove aree rese impermeabili, con l’obiettivo di contrastare gli effetti ambientali e sanitari della trasformazione.
Si tratta di una prescrizione particolarmente rilevante. La compensazione non potrebbe infatti limitarsi alla piantumazione di alberi o alla realizzazione di giardini ornamentali, ma dovrebbe prevedere il recupero concreto di superfici oggi asfaltate o cementificate.
Il principio è quello del bilancio ecologico: se il progetto consuma una determinata quantità di suolo permeabile, occorre restituire alla città una superficie almeno equivalente, possibilmente all’interno dello stesso ambito urbano e con caratteristiche ambientali comparabili.
Resta però da chiarire dove potrebbero essere individuate queste aree, con quali risorse e secondo quale cronoprogramma. Una compensazione collocata lontano da San Siro, oppure realizzata molti anni dopo l’apertura del cantiere, potrebbe non produrre gli stessi benefici per il quartiere direttamente interessato.
Il Tunnel Patroclo e il tema delle opere pubbliche
Nel quadro degli interventi previsti compare anche la demolizione e ricostruzione del Tunnel Patroclo, infrastruttura viaria già esistente nell’area.
L’opera dovrebbe rientrare tra gli interventi realizzati a scomputo degli oneri di urbanizzazione. In termini pratici, i soggetti attuatori realizzerebbero direttamente l’infrastruttura, sottraendo il costo dalle somme dovute al Comune per la trasformazione urbanistica.
Il meccanismo è previsto dalla normativa, ma apre una questione politica e amministrativa: verificare che l’opera sia realmente necessaria, che il costo sia congruo e che il vantaggio per la collettività corrisponda al valore delle risorse pubbliche utilizzate indirettamente.
La domanda non riguarda soltanto la funzionalità attuale del tunnel, ma anche il rapporto tra l’infrastruttura e il nuovo assetto previsto dal progetto.
Se la ricostruzione fosse necessaria principalmente per consentire l’edificazione del nuovo stadio, occorrerebbe chiarire fino a che punto l’intervento debba essere considerato un beneficio pubblico e fino a che punto rappresenti invece un’opera funzionale all’investimento privato.
La Vas non può trasformarsi in un passaggio formale
La Valutazione ambientale strategica non autorizza direttamente la costruzione di un’opera, ma verifica la sostenibilità complessiva del piano nel quale quell’opera è inserita.
Per questo motivo non dovrebbe essere trattata come un adempimento tecnico da concludere nel minor tempo possibile. Il suo obiettivo è individuare criticità, valutare alternative, definire prescrizioni e consentire ai cittadini e agli enti competenti di partecipare al procedimento.
Nel caso di San Siro dovranno essere analizzati scenari differenti, compresa la possibilità di ridurre l’occupazione di nuovo suolo o di riorganizzare le funzioni previste.
Il fatto che il nuovo stadio sia considerato strategico da Inter, Milan e amministrazione comunale non elimina la necessità di confrontare il progetto con ipotesi meno impattanti.
Una valutazione ambientale credibile deve poter modificare il piano, non limitarsi a certificare una decisione già presa.
Il nodo dei tempi e il rischio di accelerazioni
Il progetto del nuovo Meazza vive da anni dentro una corsa contro il tempo.
I club vogliono disporre di uno stadio moderno per aumentare ricavi da hospitality, sponsorizzazioni, ristorazione, eventi e servizi commerciali. Milano, inoltre, deve presentare infrastrutture adeguate in vista delle scelte definitive sugli stadi italiani destinati a ospitare gli Europei del 2032.
Le esigenze economiche e sportive sono comprensibili, ma non possono sostituire le verifiche urbanistiche, paesaggistiche e ambientali.
Abbreviare i tempi amministrativi può significare eliminare passaggi inutili o coordinare meglio gli uffici. Diventa invece problematico quando l’accelerazione riduce lo spazio per le osservazioni, limita l’analisi delle alternative o rinvia a fasi successive questioni che dovrebbero essere risolte prima dell’approvazione.
Il precedente confronto sul vincolo culturale ha già mostrato quanto la tempistica possa incidere sul destino del Meazza. Ora la stessa attenzione si sposta sulla Vas e sulle conseguenze ambientali del Piano attuativo.
Il controllo pubblico sul futuro di San Siro
Il nuovo stadio non riguarda soltanto Inter e Milan. Coinvolge un bene comunale, un’area verde pubblica, infrastrutture urbane, risorse derivanti dagli oneri di urbanizzazione e un quartiere abitato da migliaia di persone.
Per questa ragione il controllo pubblico sul procedimento è fondamentale.
Documenti, osservazioni degli enti, pareri ambientali, controdeduzioni e prescrizioni dovranno essere accessibili e comprensibili. La trasparenza non serve a bloccare il progetto, ma a garantire che le decisioni vengano prese sulla base di dati verificabili e nell’interesse della città.
Il futuro di San Siro non può essere deciso soltanto attraverso rendering, stime economiche e promesse di rigenerazione. Occorre conoscere il bilancio reale tra superfici edificate e permeabili, la quantità di verde persa, la qualità del verde restituito, il costo delle opere pubbliche e gli effetti sulla salute e sul clima urbano.
Per approfondire l’evoluzione dell’intero progetto è possibile consultare anche l’analisi di MilanoSportiva dedicata al nuovo stadio di San Siro e alle tempistiche dell’intervento.
La partita sul Meazza è dunque entrata in una fase decisiva. Ma proprio quando aumenta la pressione sui tempi, deve aumentare anche la qualità dei controlli.





















